Dall’UNESCO alla gestione unitaria: milioni, progetti, visitatori e quella domanda che resta dopo la rendicontazione
Nel 1998 il riconoscimento dell’UNESCO non riguardò soltanto i Templi di Paestum o l’antica Elea. Nella Lista del Patrimonio Mondiale entrò il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula, riconosciuto come paesaggio culturale. L’UNESCO sottolineava proprio il valore storico di un territorio attraversato per secoli da relazioni, commerci e scambi fra coste e aree interne.

L’idea, dunque, era già scritta quasi trent’anni fa: non monumenti isolati, ma un sistema.
Da allora sono arrivati finanziamenti europei, nazionali e regionali, restauri, infrastrutture, studi, progetti di marketing territoriale, incentivi alle imprese, circuiti tariffari, nuove forme di gestione. Dal 2020 Paestum e Velia appartengono persino allo stesso istituto autonomo del Ministero della Cultura.
Ma quasi tre decenni dopo la domanda più semplice rimane anche la più difficile:
Paestum e Velia sono diventate davvero un’unica destinazione culturale?
Velia: ventitré anni per tornare al punto di partenza
I numeri storici impongono prudenza.
Nel 1996, prima dell’iscrizione UNESCO, Velia registrava 26.046 visitatori, dei quali 12.942 paganti. Nei primi anni successivi ci fu una crescita: 31.236 visitatori nel 2000, 33.732 nel 2002, 33.624 nel 2005.
Poi la curva si piega.
Nel 2010 i visitatori erano 28.467. Nel 2018 scendono a 23.969. Nel 2019, immediatamente prima dell’unificazione amministrativa con Paestum, sono 26.138: praticamente gli stessi del 1996.
Non significa che nulla sia cambiato a Velia. Un sito archeologico produce ricerca, tutela, conoscenza e conservazione, non soltanto biglietti. Ma se uno degli obiettivi dichiarati per decenni era utilizzare il patrimonio per produrre sviluppo turistico e maggiore capacità attrattiva, quel dato merita almeno una spiegazione.
Paestum, nello stesso periodo, compie un percorso completamente diverso e arriva a muovere centinaia di migliaia di ingressi.
E allora nasce la prima domanda dell’inchiesta:
perché il successo di Paestum non ha trascinato Velia?
Un biglietto non fa ancora una destinazione
L’integrazione tariffaria non nasce con la gestione unitaria del 2020.
Già nel decennio precedente compare un circuito Paestum–Velia. Nel 2013 contabilizzava 3.245 titoli, nel 2015 4.671, nel 2018 4.779 e nel 2019 3.136, mentre il circuito ordinario di Paestum muoveva nello stesso periodo centinaia di migliaia di visitatori.

Il dato non può essere tradotto automaticamente nella percentuale di persone che visitarono effettivamente entrambi i siti, perché i sistemi di rilevazione e bigliettazione sono cambiati negli anni. Ma una cosa emerge: il prodotto Paestum–Velia rimase statisticamente marginale rispetto alla forza attrattiva di Paestum.
Oggi il biglietto è unico, comprende area archeologica di Paestum, Museo e Velia ed è valido per tre giorni.
È certamente uno strumento utile.
Ma la domanda vera non è quanti biglietti consentano di visitare Velia.
È:
quanti visitatori di Paestum utilizzano davvero quel diritto e raggiungono Velia?
Sono due cose completamente diverse.
Il paradosso dell’unificazione
Dal 2020 arriva finalmente l’unificazione amministrativa.
Paestum e Velia diventano un unico istituto autonomo. Ma proprio da quel momento una parte delle statistiche pubbliche viene presentata in forma aggregata.
Nel 2023 il sistema Paestum–Velia supera complessivamente mezzo milione di ingressi; nel 2024 ne contabilizza circa 450 mila. Ma il dato unitario non consente immediatamente al cittadino di capire quanti accessi appartengano a Paestum, quanti a Velia e, soprattutto, quante persone abbiano visitato entrambi.
È un piccolo paradosso.
Quando erano separate potevamo misurare la distanza. Da quando sono unite è più difficile capire pubblicamente quanto Velia sia riuscita a recuperarla.
Questo diventa ancora più importante perché una parte molto consistente degli ingressi recenti è gratuita.

Ed è necessario distinguere.
Un visitatore pagante non è statisticamente equivalente a un ingresso gratuito. Una scolaresca non produce lo stesso tipo di spesa sul territorio di una coppia che sceglie Paestum per un weekend culturale. Una presenza alberghiera registrata ad agosto a Capaccio Paestum non equivale automaticamente a turismo archeologico: quella famiglia potrebbe essere venuta per quindici giorni al mare e avere dedicato ai Templi soltanto una passeggiata serale.
Se vogliamo capire se le politiche di valorizzazione hanno prodotto turismo culturale di qualità, dunque, il grande numero complessivo non basta.
Servirebbero almeno quattro informazioni:
quanti pagano; quanti entrano gratuitamente; quanti visitano entrambi i siti; quanti arrivano specificamente per il patrimonio archeologico.
Ottantaquattro milioni per immaginare Paestum e Velia insieme
Negli anni Duemila, però, l’integrazione Paestum–Velia non era affatto un’idea marginale.
Nel quadro finanziario approvato dalla Regione Campania per il Progetto Integrato “Paestum–Velia” risultavano:
53.225.468 euro di risorse pubbliche POR;
20.727.999 euro di altre risorse pubbliche;
10.329.138 euro di risorse private.
Costo complessivo programmato:
84.282.605 euro.
Non significa che 84 milioni siano stati spesi esclusivamente dentro i due recinti archeologici, né che l’intero quadro programmato equivalga automaticamente alla spesa finale certificata. Comprendeva un progetto territoriale molto più vasto.
Ma proprio per questo il dato è importante.
Il progetto non prometteva soltanto restauri.
Prometteva sviluppo.
La ricerca territoriale realizzata in quegli anni aveva già individuato i problemi: concentrazione estiva dei flussi sulla costa, turismo prevalentemente balneare, debole attrattività delle aree interne, scarsa cooperazione tra operatori, promozione frammentata, necessità di aumentare la permanenza media.
E proponeva praticamente tutto ciò che ancora oggi viene indicato come soluzione:

pacchetti turistici integrati;
destagionalizzazione;
un marchio Paestum–Velia;
servizi coordinati;
marketing territoriale;
rapporti con tour operator;
migliore mobilità;
integrazione fra patrimonio culturale, imprese e territorio.
Il punto, allora, non è che le istituzioni non sapessero cosa fare.
Lo sapevano già vent’anni fa.
Quando il progetto finisce ma la promessa rimane
Qui nasce quello che potremmo definire “oblio contabile”.
La macchina amministrativa sa seguire perfettamente la vita finanziaria di un progetto:
stanziamento;
progettazione;
gara;
affidamento;
stato di avanzamento;
collaudo;
rendicontazione.
Arrivati alla fine, il procedimento è chiuso.
Ma la politica pubblica dovrebbe avere ancora un’ultima fase:
verificare cosa è cambiato.
Se un progetto prometteva destagionalizzazione, dopo cinque anni bisognerebbe misurare i flussi di gennaio, febbraio, marzo e novembre.
Se prometteva maggiore permanenza, bisognerebbe confrontare le notti trascorse sul territorio.
Se prometteva integrazione Paestum–Velia, bisognerebbe contare quante persone visitano realmente entrambi i siti.
Se prometteva nuova occupazione, bisognerebbe verificare quanti posti di lavoro siano rimasti.

Ed è qui che spesso il filo si interrompe.
Un progetto può risultare:
speso al 100%;
realizzato al 100%;
collaudato al 100%;
e avere prodotto magari il 30 o il 50 per cento del risultato che ne aveva giustificato il finanziamento.
La contabilità dirà che il progetto è chiuso.
Il territorio continuerà invece a convivere con la promessa.
Cinque modi in cui può finire un investimento pubblico
È questa la griglia con cui dovrebbero essere riletti gli interventi realizzati negli ultimi trent’anni.
Primo: promesso e mai realizzato.
Secondo: realizzato soltanto in parte.
Terzo: realizzato completamente, ma senza che nessuno misuri il risultato prodotto.
Quarto: realizzato bene, utile e funzionante, ma successivamente abbandonato.
Quinto: realizzato, mantenuto e trasformato in una politica permanente capace di produrre risultati nel tempo.
Perché esiste anche quest’ultima categoria, e un’inchiesta seria deve cercarla con la stessa attenzione con cui individua ciò che non ha funzionato.
Le mura: quando una buona idea smette di essere politica
La cinta muraria di Paestum offre forse l’immagine più efficace di questo problema.
Il circuito misura quasi cinque chilometri e conserva le quattro grandi porte della città: Aurea, Marina, Sirena e Giustizia.
In alcuni tratti sono stati effettuati interventi importanti: eliminazione della vegetazione, studio delle strutture, recupero e ricollocazione di blocchi di travertino, sistemazione e recupero della fruibilità.
Il risultato era visibile.
Un tratto del camminamento fra Porta Sirena e Porta Giustizia era tornato percorribile.
Poi la domanda diventa semplicissima:
perché non continuare?
E ancora:
perché non garantire la manutenzione ordinaria di ciò che era stato appena recuperato?
Se la vegetazione torna a occupare il percorso e a rendere nuovamente impraticabile ciò che era stato restituito al pubblico, non siamo davanti a un progetto sbagliato.
Siamo davanti a qualcosa di più sottile:
un progetto riuscito che non è diventato politica.
Ed è forse questa una delle debolezze più profonde del sistema: ogni finanziamento produce il proprio progetto; molto più raramente il risultato del progetto produce una programmazione permanente per gli anni successivi.
Due stazioni, un biglietto e una possibilità ancora da sfruttare
Paestum e Velia condividono poi una circostanza particolarmente favorevole.
Sono entrambe servite dalla linea ferroviaria Napoli–Reggio Calabria.
La stazione di Paestum dista circa 800 metri dal sito archeologico; quella di Ascea circa 2,5 chilometri da Velia.
Abbiamo dunque:
un unico istituto;
un unico biglietto;
tre giorni di validità;
la stessa linea ferroviaria.
Gli ingredienti di un prodotto turistico sono praticamente già sul tavolo.
Nel tempo sono state realizzate navette e iniziative specifiche. Oggi lo stesso Parco presenta servizi di collegamento per facilitare la visita delle diverse sedi.
Ma la domanda resta:
esiste un prodotto permanente e facilmente acquistabile “Paestum + Velia in treno”, oppure continuiamo ad avere una somma di iniziative?
Ancora una volta, il problema non è immaginare la soluzione.
È trasformarla in sistema.
Le risorse intorno ai siti
E poi il conto non termina ai cancelli delle aree archeologiche.
Ad Ascea opera da anni la Fondazione Alario. Nel territorio di Paestum opera la Fondazione Giambattista Vico. Intorno ci sono Comuni, Regione Campania, Parco Nazionale, Ministero, programmi europei, progetti di sviluppo locale, attività di comunicazione, formazione e promozione.
Ognuno può avere prodotto risultati importanti.
Ma proprio per questo sarebbe utile costruire un unico conto territoriale:
quante risorse pubbliche sono state investite complessivamente nella valorizzazione culturale e turistica di questo sistema negli ultimi trent’anni?
E dall’altra parte:
quale risultato durevole abbiamo ottenuto?
Non per trasformare ogni euro pubblico in un biglietto venduto.
La conservazione del patrimonio possiede un valore autonomo.
Ma quando un finanziamento viene motivato con sviluppo locale, turismo, occupazione, destagionalizzazione e crescita economica, quelle promesse diventano anch’esse parte del risultato da valutare.
La domanda che viene prima del prossimo progetto
Paestum oggi è un grande attrattore.
Velia rimane un sito di straordinaria importanza storica e archeologica ma con una capacità attrattiva incomparabilmente inferiore.
Dal 1998 sono UNESCO insieme.
Da oltre un decennio esistono forme di bigliettazione integrata.
Dal 2020 hanno la stessa amministrazione.
Oggi hanno persino un unico titolo di accesso valido tre giorni.
Eppure la domanda fondamentale rimane:
Paestum e Velia sono diventate davvero un’unica destinazione?
Se la risposta fosse sì, dovremmo poterlo misurare.
Quanti partono da Paestum e arrivano a Velia?
Quanti fanno il percorso inverso?
Quanto è cresciuta Velia dopo l’unificazione?
Quanto si è ridotta la stagionalità?
Quanto è aumentata la permanenza?
Quale quota del turismo è specificamente culturale?
Quale parte degli investimenti realizzati vent’anni fa continua ancora oggi a produrre effetti?
Sono domande semplici.
E dovrebbero essere proprio queste, più che l’annuncio del prossimo finanziamento, a decidere dove investire il prossimo euro.
Perché la realizzazione di un progetto non coincide con il successo di una politica pubblica.
Il risultato non è quanto abbiamo speso.
Il risultato è ciò che resta quando abbiamo finito di spendere.
I NUMERI DA TENERE A MENTE
1998
Paestum, Velia, Certosa di Padula e Parco Nazionale entrano insieme nella Lista UNESCO come paesaggio culturale.
Velia
1996: 26.046 visitatori
2002: 33.732
2005: 33.624
2010: 28.467
2018: 23.969
2019: 26.138
Il 2019 riporta quindi Velia sostanzialmente all’ordine di grandezza precedente all’UNESCO.
Progetto Integrato Paestum–Velia
€ 53.225.468 risorse POR
€ 20.727.999 altre risorse pubbliche
€ 10.329.138 risorse private
Totale programmato
€ 84.282.605
Dal 2020
Paestum e Velia appartengono allo stesso istituto autonomo del Ministero della Cultura.
Oggi
Il biglietto è valido tre giorni e comprende Museo di Paestum, area archeologica di Paestum e Velia.
Ferrovia
Stazione di Paestum: circa 800 metri dal sito.
Stazione di Ascea: circa 2,5 km da Velia.
LA CRONOLOGIA
1996-1997
La fotografia prima dell’UNESCO.

1998
Riconoscimento UNESCO del paesaggio culturale.
Anni 2000
Grande Attrattore e Progetto Integrato Paestum–Velia: investimenti, imprese, infrastrutture, ricerca e promozione.
2011-2012
Si struttura il circuito tariffario Paestum–Velia.
2015-2016
Paestum entra nella stagione dell’autonomia speciale.
2020
Velia viene ricondotta nello stesso istituto autonomo: nascono i Parchi archeologici di Paestum e Velia.
2020-2021
Covid: dati da considerare eccezionali.
Dal 2022
La gestione unitaria opera a pieno regime.
2026
La domanda rimane aperta: l’unificazione amministrativa ha prodotto anche un’effettiva integrazione turistica?
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