Paestum porta da quasi trent’anni il mondo dell’archeologia dentro una grande manifestazione internazionale. Ora potrebbe porsi un obiettivo concreto per la prossima edizione: restituire ai bambini, alle scuole e al territorio il Museo Narrante di Hera Argiva alla Foce del Sele. Una sfida alla Direttrice Tiziana D’Angelo e al Ministero della Cultura.
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si tiene a Paestum dal 1998.

Fu immaginata in un’altra epoca, quando internet non aveva ancora rivoluzionato la promozione turistica e mettere nello stesso luogo siti archeologici, operatori, studiosi e istituzioni rappresentava già di per sé una grande occasione.
Da allora il mondo è cambiato.
La Borsa è cresciuta ed è diventata un appuntamento internazionale.
Tutto giusto.
Tutto utile.
Ma dopo ventotto edizioni dovrebbe essere consentito fare una domanda meno celebrativa:
che cosa è rimasto a Paestum?
Una grande vetrina non basta
Ogni anno tornano espositori, panel, workshop, delegazioni, operatori e migliaia di studenti.
Portare un ragazzo davanti a un tempio o dentro un museo è sempre una buona cosa.
Ma sarebbe un errore confondere il numero degli ingressi con il risultato culturale.
La cultura non è un tornello.
E l’educazione non si misura con il contapersone.
Un pullman può scaricare cinquanta studenti davanti a un museo e riprenderli tre ore dopo senza che quel luogo sia diventato parte della loro vita.
La vera domanda non è quanti ragazzi entrano durante la Borsa.
È quanti tornano a casa avendo capito qualcosa in più del luogo in cui vivono.
Quanti bambini conoscono davvero Paestum?
Quanti bambini delle scuole dell’infanzia di Capaccio Paestum hanno visitato almeno una volta il Museo e l’area archeologica?

Quanti della primaria?
Quanti delle medie?
Quanti delle superiori?
Quanti ragazzi delle contrade conoscono il capoluogo?
E quanti del capoluogo conoscono davvero Laura, Licinella, Gromola, Spinazzo, Ponte Barizzo, Foce Sele e il resto di un territorio tanto vasto quanto frammentato?
Non conosco questi numeri.
Ed è precisamente questo il punto.
Dovremmo conoscerli.
Perché chi vive accanto a Poseidonia non dovrebbe incontrarla soltanto sul libro di storia.
Dovrebbe entrarci.
Camminarci.
Conoscere il Sele.
Sapere chi era Hera.
Comprendere il rapporto tra il santuario, il fiume, la città antica e il paesaggio contemporaneo.
Solo allora il patrimonio smette di essere uno sfondo monumentale.
Diventa identità.
Il Museo Narrante che abbiamo quasi cancellato dalla memoria
Alla foce del Sele esiste un luogo che aveva provato proprio a fare questo:
il Museo Narrante di Hera Argiva.
Non un museo tradizionale fatto soltanto di reperti, teche e didascalie.
Uno spazio costruito per raccontare.
Immagini.
Suoni.
Ricostruzioni.
Narrazione.
Era soprattutto uno dei pochi veri tentativi compiuti sul territorio per avvicinare i piccoli all’archeologia.
Il bambino non era soltanto spettatore di un reperto.
Era destinatario di una storia.
Poi sono arrivate l’esondazione, la chiusura, gli interventi, i progetti e le attese.
E lentamente il Museo Narrante è stato quasi eliminato dall’orizzonte culturale.
Quando un luogo rimane fuori dalla vita della comunità abbastanza a lungo, infatti, accade qualcosa di più grave della chiusura materiale.
Le nuove generazioni crescono senza conoscerlo.
Le scuole smettono di considerarlo una tappa naturale.
Le famiglie smettono di percepirlo come un luogo da frequentare.
E così un museo nato per raccontare l’archeologia ai bambini rischia di diventare esso stesso un reperto dimenticato.
La sfida alla Direttrice e al Ministero
Il Museo Narrante e l’area archeologica della Foce del Sele fanno parte dei Parchi archeologici di Paestum e Velia.
Ed è quindi legittimo chiedere alla Direzione del Parco e al Ministero della Cultura di restituire quel luogo alla sua funzione originaria.
Non soltanto un edificio.
Non soltanto un allestimento.
Ma uno spazio educativo.
Un luogo per le scuole.
Per le famiglie.
Per i bambini.
Per il territorio.
E allora proviamo a fissare una scadenza non burocratica, ma culturale:
la XXIX Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.
Quella potrebbe essere l’occasione per restituire il Museo Narrante alla comunità e per farne nuovamente uno degli strumenti attraverso cui Paestum racconta se stessa.
Questa è la sfida alla Direttrice Tiziana D’Angelo, al Ministero della Cultura e, in fondo, alla stessa Borsa.
Una città commissariata ha ancora più bisogno di visione
Capaccio Paestum vive inoltre una nuova stagione commissariale.

Un commissario può garantire la continuità amministrativa.
Può tenere in funzione la macchina.
Ma non può sostituire quella visione di lungo periodo che appartiene alla politica.
Ed è proprio in momenti come questo che le istituzioni culturali possono assumersi una responsabilità ulteriore.
Dare continuità.
Indicare obiettivi.
Costruire relazioni che non dipendano dalla durata di un’amministrazione comunale.
Perché una città che possiede Paestum non può limitarsi ad amministrare soltanto Capaccio.
Deve decidere che cosa vuole diventare grazie a Paestum.
I bambini prima dei numeri
La prossima Borsa potrebbe allora misurarsi anche con un risultato diverso.
Non soltanto visitatori.
Non soltanto espositori.
Non soltanto presenze alberghiere.
Ma un percorso stabile di educazione al patrimonio.
A cinque anni il primo incontro con i Templi attraverso il racconto.
A sette il Museo.
A nove il Sele e Hera.
A undici Poseidonia.
A tredici Paestum romana.
A quindici il Grand Tour.
A diciassette la tutela.
A diciotto il rapporto tra archeologia, ambiente, economia e turismo.
Un vero curriculum locale di cittadinanza.
Perché un ragazzo di Capaccio Paestum dovrebbe arrivare alla maggiore età conoscendo il proprio territorio almeno quanto conosce i capitoli del proprio manuale di storia.
Alla prossima Borsa, incontriamoci a Foce Sele
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico resta una grande opportunità.
Proprio per questo possiamo chiederle di lasciare qualcosa di più profondo.
Cominciamo da un luogo.
Da Foce Sele.
Dal Museo Narrante.
Riportiamoci i bambini.
Le scuole.
Le famiglie.
Facciamo nuovamente incontrare il racconto con l’archeologia.
Alla XXIX edizione non incontriamoci soltanto nei padiglioni della fiera.
Incontriamoci anche al Museo Narrante di Foce Sele, restituito alla sua comunità.
Sarebbe un risultato concreto.
Un modo per dimostrare che il patrimonio non serve soltanto a richiamare visitatori, ma prima di tutto a costruire cittadini.
Fai quel che devi e accada quel che può.
Perché, se non metti in campo niente, alla fine non resta neppure la possibilità di scegliere dove andare.
Resta soltanto quella di cadere dalla padella nella brace.
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