Di Silvio Masullo
Quando chiuse il Magistrale, Piaggine perse l’agorà dei giovani …
Non fu soltanto la fine di una scuola, ma la scomparsa del luogo nel quale, per decenni, si incontrò la gioventù dell’intera Valle del Calore

La chiusura del Magistrale di Piaggine non è stata soltanto una brutta notizia di cronaca, l’ennesima capace di ricondurci ai drammatici effetti dello spopolamento dei nostri paesi.
È stata molto di più: una stilettata al cuore, una sofferenza profonda per chi quella scuola l’ha conosciuta nel momento più alto della sua storia.
Per noi, ragazzi di qualche decennio fa e malati cronici di romanticismo, non è mai stato l’Istituto Omnicomprensivo. È stato, e continuerà a essere, il chiassoso e ridanciano ritrovo della gioventù cilentana e della Valle del Calore.
La nostra agorà erano “i purcili”. Nessuno chiamava quel luogo piazza Vittorio Emanuele.
Da lì ci si incamminava stancamente verso la scuola, dopo essere arrivati con i pullman provenienti da un vasto circondario.
Alle 8.15 era tutto un salutarsi, darsi pacche sulle spalle e dare inizio ai riti quotidiani.

C’era il panino da “zi’ Nicola r’ vintinov”, all’anagrafe Nicola Coccaro, capace di offrire una saporita risposta alla fame degli studenti che, prima o dopo le lezioni, non sceglievano la colazione al bar.
C’erano la prima sigaretta spenta in fretta e il discreto pedinamento, rigorosamente a distanza, della ragazza del cuore. Perché, ricordando Venditti, chi non si è mai innamorato di “quella del primo banco”?
Prima di entrare in classe arrivava poi l’affettuosa irruzione di Alduccio, il collaboratore scolastico Aldo Di Francesco, che con la sua simpatia addolciva gli impegni e le preoccupazioni della giornata.
Erano gli anni dei primi innamoramenti politici, delle prime letture importanti, degli aspri e spesso disordinati dibattiti durante le assemblee.
E come dimenticare i Mak P, i cinque shake e, subito dopo, l’immancabile Samba Pa Ti?
Quel lento richiedeva furbizia e rapidità nel posizionamento, per riuscire a invitare proprio lei, la ragazza del primo banco.
Questo piccolo amarcord, affollato dai volti di tanti amici e amiche, riscalda il cuore e, nello stesso tempo, lo intristisce.
Dispiace constatare come la rottamazione di esperienze formative tanto preziose sia diventata quasi una regola per le aree interne. In quella scuola hanno insegnato docenti di grande valore. Basti ricordare, soltanto a titolo di esempio, Antonio Nigro e Antonio Coccaro.
Alle leggi dell’economia e a un legislatore incapace di lanciare una ciambella di salvataggio ai territori interni, attraverso stimoli produttivi, servizi e sgravi fiscali e previdenziali, noi possiamo contrapporre i nostri ricordi.
Ma non soltanto quelli.
Possiamo opporre anche un sogno: che per il Magistrale di Piaggine, la scuola degli “amati e odiati” “chiainari”, possa esistere un’altra opportunità.
Che quell’edificio possa intraprendere un nuovo viaggio e tornare a imbarcare giovani, idee, conoscenza ed entusiasmo.
Perché il Magistrale non fu soltanto il luogo nel quale si conseguiva un diploma.
Fu un crocevia di paesi e generazioni, un laboratorio di amicizie e passioni, un’apertura verso il futuro.
Le sue aule oggi sono silenziose. Ma ciò che hanno generato continua a vivere nelle persone che le hanno attraversate.
E forse proprio da quella memoria può ancora cominciare un nuovo viaggio.
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