Con me c’erano Gelsomino Errico, Antonio Tommasino e Giuseppe Sabato.
Non so cosa ci spinse, durante l’ultimo anno di frequenza dell’Istituto Magistrale di Piaggine, nel lontano 1972-1973, a immaginare di dare vita a un giornale. So soltanto che, alla fine, ci riuscimmo.

La testata era Il Calderone, almeno così la ricordo. La redazione era composta dal sottoscritto, da Gelsomino Errico, Antonio Tommasino e Giuseppe Sabato. Il nostro nume tutelare fu don Carmine Troccoli, insegnante di religione e parroco di Sacco.
Erano anni in cui la voglia di andare oltre lo status quo era forte. Anche nell’Alta Valle del Calore erano arrivati gli echi delle contestazioni studentesche del Sessantotto, e noi, nel nostro piccolo, sentivamo il bisogno di dare voce alle idee, al confronto, trasformare la curiosità in ricerca.
Il primo problema da superare era quello della stampa.
Lo risolse don Carmine, insegnante di religione al Magistrale, mettendoci a disposizione il ciclostile della parrocchia.
Da quel momento iniziarono le interminabili riunioni di redazione: la scelta degli argomenti, le fotografie da abbinare agli articoli, le richieste di contributi agli alunni e ai docenti.
Erano riunioni animate e, come accade ancora oggi in ogni redazione che si rispetti, apparentemente inconcludenti. Poi, quando la scadenza diventò inevitabile, tutto trovò il proprio posto: gli articoli arrivarono, le fotografie pure, e il tavolo della canonica di Sacco si trasformò in una “vera” redazione.
Se ricordo bene, il nome Il Calderone nacque proprio dall’idea di raccogliere al suo interno pensieri, opinioni e sensibilità diverse. Del resto, già noi quattro redattori rappresentavamo punti di vista differenti, e proprio quella diversità costituiva la nostra ricchezza.
Non saprei più dire quali fossero gli argomenti pubblicati, ma ricordo perfettamente lo spirito che animava il giornale. Era aperto al confronto politico e culturale, senza preclusioni. Non mancavano rubriche che si ispiravano ai grandi quotidiani nazionali che uno comprava e in tanti leggevano.
Conclusa la fase redazionale, iniziava il lavoro più paziente. Gli articoli venivano battuti a macchina e impaginati su tre colonne separate e poi incollate su fogli di formato A4, l’unico che il ciclostile della parrocchia consentiva di stampare. Si calcolavano gli spazi per le fotografie, si preparavano i titoli in maiuscolo e in neretto e prendeva forma il menabò.
Ricordo bene anche gli inevitabili inciampi: correggere un errore significava riscrivere, ritagliare, incollare nuovamente il testo sul foglio, preparare con pazienza ogni pagina destinata alla fotoincisione. Un lavoro quasi artigianale, lontanissimo dalla facilità con cui oggi si realizza un giornale con un computer.
A un certo punto, però, qualcuno decretò che era giunto il momento di fermarsi. Più di così non si poteva rifinire. Del resto, non era la perfezione grafica a fare la differenza: sarebbero stati i contenuti a parlare.
Saccheggiammo senza pietà le riserve di carta della parrocchia, ma don Carmine era felice. Per lui vedere quei ragazzi trasformare un’idea in un giornale vero rappresentava già una ricompensa sufficiente.
Poi arrivò la parte più bella: la distribuzione.
Le copie finirono nelle classi, tra gli amici, per le strade del paese e, con un pizzico di incoscienza, perfino nelle scuole superiori di Teggiano e di Vallo della Lucania.
Fu allora che entrò in scena Giuseppe Sabato, già patentato e, soprattutto, proprietario di un’automobile. Grazie a lui il nostro piccolo giornale riuscì ad andare oltre Piaggine.
Posso assicurarvi che quella fase distributiva fu entusiasmante. Io, che ero il più giovane della compagnia, fantasticavo già sui numeri successivi. Ero convinto che le offerte raccolte dai compagni di scuola sarebbero bastate a finanziare nuove uscite de Il Calderone.
Non andò così.
Quella esperienza, però, non è mai uscita dalla mia vita. È rimasta silenziosamente dentro di me, accompagnandomi negli anni.
Infatti, mentre ero iscritto all’ISEF di Napoli, uscì il primo numero de “La Repubblica” che, da allora, ho letto ininterrottamente …

Quella esperienza trovò finalmente il suo compimento quando, rientrato nella terra dei padri dopo gli anni trascorsi a Varese, diedi vita alla redazione di Qui Rocca Notizie, un’avventura editoriale che, cambiando nel tempo nome e veste grafica, continua ancora oggi da oltre trent’anni con UNICO.
Ripensandoci oggi, mi accorgo che quel piccolo giornale ciclostilato non fu soltanto un’esperienza scolastica. Fu la prima scintilla di una passione che non si è mai spenta: raccontare il territorio, dare voce alle persone, credere che le idee, quando vengono condivise, possano diventare patrimonio di una comunità.
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