Tra il 2001 e il 2024 gli ottanta Comuni del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni hanno perso complessivamente 16.213 residenti.
La popolazione è passata da 221.543 a 205.330 abitanti, con una diminuzione del 7,3%.
Un dato importante, ma che da solo racconta poco.

Perché quel -7,3% è la media fra territori che hanno seguito traiettorie completamente diverse: alcuni Comuni hanno guadagnato popolazione, altri sono rimasti relativamente stabili, mentre una parte consistente dell’interno ha subito perdite che non possono più essere considerate una normale oscillazione demografica.
In poco più di vent’anni queste comunità hanno perso più di un residente ogni tre. In qualche caso quasi uno ogni due.
Ma non si tratta soltanto di avere meno persone registrate all’anagrafe.
Quando un paese passa da mille abitanti a seicento cambia la sua stessa struttura sociale.
Diminuiscono i bambini e le persone in età lavorativa. Aumenta il peso degli anziani. Si restringe il mercato necessario a mantenere aperto un negozio. Diventa più difficile garantire trasporti, scuola, assistenza sanitaria e altri servizi.
Una scuola che perde dieci alunni non perde soltanto dieci numeri: può rischiare una pluriclasse, un accorpamento o la chiusura.
E ogni servizio che scompare rende il paese un poco meno abitabile.
È così che il declino demografico rischia di alimentare se stesso:
meno abitanti significano meno servizi; meno servizi rendono più difficile restare; più difficile è restare, più persone decidono di andare via.
Per un Parco nazionale la questione assume un significato ancora più profondo.
La presenza dell’uomo non è un corpo estraneo rispetto alla natura.
Per secoli le comunità locali hanno modellato paesaggi, mantenuto sentieri, coltivato terrazzamenti, governato boschi, presidiato versanti e conservato tradizioni che oggi costituiscono una parte essenziale dell’identità del Parco.
Un territorio protetto ma progressivamente privo di abitanti rischia quindi un paradosso:
salvare il paesaggio e perdere chi quel paesaggio lo ha costruito e mantenuto.
Questo non significa attribuire all’Ente Parco la responsabilità della denatalità o dell’emigrazione.
Lo spopolamento delle aree interne ha cause antiche e complesse: lavoro, servizi, mobilità, istruzione, sanità, infrastrutture, opportunità professionali.
Ma dopo oltre trent’anni di politiche per l’area protetta diventa legittimo chiedersi se quelle politiche siano riuscite almeno a rallentare il processo.
E soprattutto dove abbiano funzionato e dove no.
Perché anche il numero complessivo dei 16 mila residenti perduti può ingannare.
Il declino non è distribuito uniformemente.
Una parte del Parco resiste o cresce mentre un’altra si svuota.
Ed è proprio in questa frattura che si trova una delle chiavi per capire che cosa è accaduto davvero negli ultimi vent’anni.
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