Nel cuore del Cilento la storia si intreccia con la spiritualità, il culto e la devozione profonda verso Santa Irene, la vergine e martire cristiana venerata a metà ottobre a Trentinara, dove la Santa è patrona; a Massicelle, frazione di Montano Antilia, che nel mese di maggio si stringe attorno alla sua protettrice con il suggestivo rito delle cinte votive; e a Magliano Nuovo.
Ed è nella maestosa chiesa di Magliano Nuovo, frazione del comune di Magliano Vetere, che la memoria della Santa si rinnova il 20 ottobre di ogni anno.
Centro dell’identità spirituale del borgo, la Chiesa di Santa Maria Assunta fu fondata tra la fine del 1300 e l’inizio del l 1400. Questo antico edificio religioso nacque originariamente con un impianto a due navate. La struttura, che sorge nel cuore dell’antico borgo medievale dominando la piazza principale con una solida architettura in pietra viva sapientemente adattata al profilo morfologico della colina, subì una prima importante trasformazione nel corso del 1600, secolo in cui venne ampliata con l’aggiunta di una terza navata. Un’ antica cripta sottostante ripete la medesima divisione e i volumi della chiesa superiore.
Il Seicento fu per questo borgo un secolo segnato da una doppia, drammatica sciagura. Il sacro luogo e il suo prezioso archivio vennero gravemente danneggiati prima da una feroce incursione di briganti e, successivamente, dalla caduta di un fulmine. La saetta scatenò un incendio che devastò la chiesa e l’intero abitato, lasciando laceranti ferite nei luoghi e nella comunità.
Fu proprio dal terrore per il fuoco e le tempeste che scaturì nel popolo il bisogno di una protezione celeste. A metà del Settecento, su istanza della Congregazione di Carità, il popolo di Magliano Nuovo scelse di affidarsi a Santa Irene. Sebbene la sua esistenza terrena sia avvolta in un suggestivo alone di mistero, i suoi numerosi prodigi sono storicamente testimoniati sin dal secolo X all’interno di un’importantissima fonte agiografica: la sua “Vita” è contenuta nel Menologio di Basilio II, prezioso codice miniato bizantino dell’XI secolo che fu realizzato a Costantinopoli tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo per volontà dell’imperatore Basilio II Bulgaroctono, all’apice della cosiddetta “Rinascenza macedone”. Più che un semplice calendario liturgico, il testo è un sinassario redatto dall’alto funzionario e scrittore Simeone Metafraste, che ricevette l’incarico di raccogliere i testi biografici e agiografici sparsi e riformularli in una lingua greca raffinata adatta alla corte imperiale.
L’esemplare originale è oggi custodito e protetto a Roma, all’interno della Biblioteca Apostolica Vaticana (segnato con la segnatura Cod. Vaticano Greco 1613). Composto da 434 carte pergamenacee, il codice è concepito come un libro illustrato con una struttura rigida e simmetrica: ogni pagina presenta una ricca miniatura e un testo di esattamente 16 righe contenente la vita del santo del giorno, per un totale di 430 miniature realizzate da una bottega di otto miniatori guidati dal maestro Pantaleone. All’interno del testo si legge la frase che dà inizio alla narrazione della conversione della Santa:
“Irene era figlia di un re di nome Licinius, e che alla nascita si chiamava Penelope.”
Il manoscritto giunse in Italia dopo la caduta di Bisanzio, passando prima per le mani di un avvocato genovese, poi nei tesori di Ludovico Sforza a Milano e infine nella collezione della nobile famiglia degli Sfondrati. Nel 1590 Nicolò Sfondrati divenne Papa Gregorio XIV e alla sua morte il volume fu ereditato dal nipote, il cardinale Paolo Emilio Sfondrati, il quale decise di farne dono a Papa Paolo V.
Per suggellare il patto di protezione con la venerata Santa, a Magliano giunse una splendida statua lignea, commissionata al celebre scultore Domenico Di Venuta. Originario di Bagnoli Irpino, Di Venuta si formò prima nella scuola di intagliatori del suo paese natale per poi trasferirsi a Napoli e divenire uno dei più brillanti allievi del maestro Giacomo Colombo, noto scultore di origine veneta attivo nel viceregno napoletano.
La statua di Santa Irene a di Magliano Nuovo reca sul basamento l’iscrizione originale “Domenico Devenuto F. in Napoli A.D. 1735”, misura 161 cm di altezza, 80 cm di larghezza e 65 cm di profondità ed è intagliata, dipinta e dorata. Successivamente fu restaurata nel 1794 e poi nel 1934.
La statua incarna la sensibilità barocca dell’autore, come si avverte osservando il lavoro di incisione della materia lignea, l’eleganza del panneggio mosso e la straordinaria carica drammatica ed espressiva. Di Venuta, apprezzato per capolavori come l’Addolorata di Bagnoli Irpino, l’Immacolata nella Cattedrale di Oristano, il San Vincenzo Ferrer a Vallo della Lucania e il San Cono nella Cattedrale di Teggiano, immortalò Santa Irene in un’immagina iconografica molto potente: la martire è raffigurata nell’atto solenne di fermare un fulmine con la mano destra, arginando così la furia degli elementi.
Alla Vergine e Martire venne dedicato l’altare maggiore, che per l’occasione fu interamente ricostruito e rifatto in marmo pregiato.
Per uniformarsi a questo sfarzo barocco settecentesco, anche le originarie colonne delle navate subirono una profonda trasformazione. In principio costituite da semplice pietra calcarea locale, vennero lavorate e modellate da esperti maestri scalpellini, per poi essere interamente rivestite da pregevoli intonaci e stucchi lucidi. La Chiesa di Santa Maria Assunta splende di una maestosa bellezza barocca, dove la memoria del fuoco scongiurato si fa arte eterna.
Antonella Casaburi




