“Devastante”, “spietato”, “cattivo”, “fare male”, “affondare il colpo”, “non fare prigionieri”. Il calcio viene raccontato sempre più spesso con parole prese in prestito dalla guerra. Ma il linguaggio non si limita a descrivere il gioco: contribuisce anche a insegnarci come viverlo.

È devastante.
Deve fare male.
Bisogna essere cattivi.
Bisogna avere fame.
Essere spietati.
Affondare il colpo.
Non fare prigionieri.
Schiacciare.
Assediare.
Colpire.
Basterebbe togliere queste espressioni dal contesto calcistico e metterle una dietro l’altra per accorgersi di quanto possa risultare singolare il vocabolario con cui raccontiamo quello che, in fondo, continua a essere un gioco.
Eppure non ci facciamo quasi più caso.

Le ascoltiamo nelle telecronache, negli studi televisivi, nelle interviste agli allenatori, nei commenti del dopo partita.
Le leggiamo nei titoli.
Le ripetiamo sui social.
Entrano negli spogliatoi.
Poi arrivano alle scuole calcio.
E infine diventano linguaggio comune.
Certo, sappiamo tutti che si tratta di metafore.
Nessuno pensa davvero che un attaccante debba “fare male” fisicamente a qualcuno o che una squadra debba sterminare l’avversario quando le viene chiesto di “non fare prigionieri”.
Ma proprio perché quelle parole vengono ripetute continuamente senza che ne avvertiamo più la forza, forse vale la pena fermarsi un momento e domandarsi se siano davvero così innocue.
Le parole educano anche quando non vogliono farlo
John Dewey ci ha insegnato che l’educazione non avviene soltanto dentro un’aula.
La società educa continuamente attraverso abitudini, esempi, comportamenti e linguaggio.
Ogni ambiente produce significati.
Ogni comunità trasmette modi di pensare, di sentire e di interpretare ciò che accade.
E allora anche una telecronaca diventa, inconsapevolmente, un ambiente educativo.
Non dice soltanto che cosa è successo.

Suggerisce anche come interpretarlo.
Se per novanta minuti il coraggio diventa “cattiveria”, la determinazione diventa “ferocia”, la pressione diventa “assedio” e segnare significa “affondare il colpo”, chi ascolta non riceve soltanto informazioni sul risultato.
Riceve una grammatica.
Una grammatica del conflitto.
Maria Montessori ricordava che la pace non si insegna attraverso una predica occasionale.
Si costruisce nell’ambiente.
Se vogliamo educare al rispetto, all’autocontrollo e alla convivenza, dobbiamo fare attenzione anche all’universo simbolico nel quale bambini e ragazzi crescono.
E oggi quell’universo non è composto soltanto dalla famiglia e dalla scuola.
Ci sono televisioni, smartphone, social, influencer, allenatori, genitori sugli spalti e opinionisti.
Possiamo spiegare a un bambino che l’avversario va rispettato.
Poi accendiamo la televisione e sente che bisogna “fargli male”.
Quale linguaggio finirà per sembrargli più naturale?
Agonismo non significa guerra
Il calcio vive necessariamente di contrapposizione.
Due squadre vogliono raggiungere lo stesso risultato.
Solo una può prevalere.
Ci saranno quindi tensione, agonismo, contrasto, intensità.
Ma agonismo e violenza non sono sinonimi.

Un calciatore può essere determinato senza essere cattivo.
Può essere coraggioso senza essere feroce.
Può giocare con intensità senza diventare violento.
Può voler vincere senza trasformare l’avversario in un nemico.
Le parole non mancano.
Determinazione.
Tenacia.
Lucidità.
Disciplina.
Coraggio.
Resistenza.
Precisione.
Capacità di reagire.
Rispetto.
Eppure troppo spesso scegliamo quelle della guerra.
Forse perché fanno più rumore.
Quando bastavano le parole
Eppure non è sempre stato così.
Il calcio italiano ha avuto narratori capaci di trasformare una partita in racconto senza doverla travestire continuamente da battaglia.
Nicolò Carosio inventava parole, non nemici.
Nando Martellini riusciva a raccontare anche i momenti più concitati con proprietà di linguaggio, compostezza e misura.
Enrico Ameri e Sandro Ciotti, alla radio, costruivano con la voce stadi che l’ascoltatore non poteva vedere.
Poi Bruno Pizzul.
Una voce capace di accompagnare una partita della Nazionale davanti a milioni di persone senza avere bisogno di trasformare ogni contrasto in un combattimento.
“Tutto molto bello” poteva bastare.
Ed era sufficiente perché dietro quelle parole c’erano competenza, ritmo, misura, silenzi e capacità di osservazione.
Gianni Brera dimostrò addirittura che il linguaggio del calcio poteva essere reinventato.

Creò parole, soprannomi, immagini e categorie.
Ma lo fece per spiegare meglio il gioco.
Non semplicemente per renderlo più rumoroso.
Forse è proprio questa la differenza.
Quando il narratore possiede le parole, non ha bisogno di gonfiarle.
Il bastone del linguaggio muscolare
Oggi, invece, sembra spesso che il “peso specifico” di un commento debba essere cercato appoggiandosi al bastone di un vocabolario muscolare.
E l’impressione, ascoltando molte trasmissioni sportive, è che siano soprattutto gli uomini a utilizzare con maggiore frequenza questo registro.
Cattiveria.
Ferocia.
Assedio.
Annientamento.
Potenza.
Aggressione.
Come se autorevolezza e virilità dovessero ancora necessariamente viaggiare insieme.
Le donne presenti negli stessi studi televisivi sembrano non di rado utilizzare registri differenti, maggiormente descrittivi o cooperativi.
Non significa naturalmente che esista un linguaggio maschile inevitabilmente aggressivo e uno femminile naturalmente pacifico.
Sarebbe una caricatura.
Ma la cultura sportiva è stata costruita per decenni dentro un universo quasi esclusivamente maschile, e quella cultura continua inevitabilmente a esercitare il proprio peso.
Per le donne che vi entrano può persino esistere una pressione ulteriore: dimostrare continuamente di possedere la competenza, il tono e l’autorevolezza necessari per essere riconosciute dentro uno spazio tradizionalmente maschile.
Non possiamo sapere ciò che pensano interiormente le singole commentatrici.
Possiamo però osservare che anche loro operano dentro un sistema televisivo, con convenzioni, tempi, ruoli ed economie precise.
E rompere il linguaggio dominante non è sempre semplice quando quel linguaggio è diventato parte integrante dello spettacolo.
Quando la guerra diventa liquida
Ma il punto più delicato viene dopo.
Quel linguaggio guerrafondaio non rimane confinato nel calcio.
Diventa liquido.
Scorre.
Esce dalla televisione.
Passa nei social.
Entra nelle conversazioni.
Arriva nelle famiglie.
Viene ripetuto dai ragazzi.
E viene ripetuto anche dagli adulti.
A forza di usarle, quelle parole smettono di sembrarci eccezionali.
Si banalizzano.
Si addomesticano.
Diventano espressioni qualsiasi.
E quando il vocabolario dell’aggressione diventa ordinario, anche l’immaginario che porta con sé rischia di diventarlo.
Il problema non è che il calcio produca automaticamente la violenza.
Sarebbe una conclusione semplicistica.
La violenza negli stadi e nella società nasce da dinamiche sociali, psicologiche, economiche e culturali molto più complesse.
Ma il linguaggio contribuisce a costruire un clima.
E un clima ripetuto per anni contribuisce a formare una cultura.
Paulo Freire e il dovere di nominare le cose
Paulo Freire ci ha insegnato che una delle funzioni fondamentali dell’educazione è sviluppare la capacità di leggere criticamente la realtà.
E per farlo bisogna anche saperla nominare.
Allora proviamo a nominare diversamente ciò che accade su un campo di calcio.
Perché chiamiamo “cattiveria” la determinazione?
Perché un attaccante deve diventare “spietato”?
Perché una partita deve essere “uccisa”?
Perché una difesa deve essere “bombardata”?
Perché chi domina deve “schiacciare”?
Sono soltanto modi di dire.
Ma i modi di dire, quando diventano abitudini, partecipano alla costruzione dei modi di pensare.
Poi arrivano gli spalti
Dopo, però, ci stupiamo.
Del genitore che insulta l’arbitro durante una partita di bambini.
Dell’allenatore che considera l’avversario quasi un nemico.
Del ragazzo che provoca chi ha appena battuto.
Del tifoso che vive una sconfitta come un affronto personale.
Naturalmente nessuno di questi comportamenti può essere spiegato soltanto con il linguaggio dei commentatori.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che le parole non abbiano alcun peso.
Perché prima ancora di diventare comportamento, molte cose diventano normali nella testa.
E le parole servono proprio a stabilire ciò che consideriamo normale.
Non dobbiamo rendere il calcio innocuo
Non si tratta di trasformare una partita in una lezione di educazione civica.
Il calcio deve conservare la sua passione.
La tensione.
L’adrenalina.
La rivalità.
Perfino una certa esagerazione retorica che appartiene da sempre al racconto sportivo.
Ma tra sterilizzare il linguaggio e militarizzarlo esiste un territorio enorme.
Possiamo raccontare la forza senza glorificare la violenza.
La rivalità senza trasformarla in odio.
La vittoria senza umiliare chi perde.
La competizione senza inventare nemici.
La responsabilità di chi racconta
È qui che entra in gioco la responsabilità di giornalisti, telecronisti, opinionisti, allenatori e comunicatori.
Chi parla davanti a milioni di persone non utilizza soltanto parole.
Produce modelli.
Costruisce significati.
Indica implicitamente quali comportamenti siano apprezzabili.
La tecnologia televisiva può cambiare.
Le piattaforme possono cambiare.
I linguaggi possono cambiare.
Ma resta una responsabilità antica: scegliere le parole giuste.
Cambiare qualche parola non eliminerà la violenza dagli stadi.
Non risolverà il problema del tifo esasperato.
Non trasformerà automaticamente i genitori a bordo campo.
Ma potrebbe essere un piccolo inizio.
La prossima volta che un allenatore dirà a un ragazzino:
“Devi essere più cattivo”
forse potrebbe provare a dire:
“Devi essere più determinato”.
Il risultato sportivo che cerca non cambia.
Cambia il significato che attribuiamo al percorso necessario per raggiungerlo.
E forse cambia anche qualcosa nel bambino che ascolta.
Il calcio rimarrebbe calcio.
Con le sue passioni, le sue rivalità, le sue gioie, le sue sconfitte e quella sua meravigliosa capacità di far sembrare decisivi novanta minuti.
Ma tornerebbe più chiaramente a essere quello che è.
Un gioco.
E non una guerra.
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